Camilla Falsini è una delle più importanti illustratrici italiane. Pittrice, illustratrice, street artist e scultrice di Roma. I suoi lavori sono popolati di esseri enigmatici e simbolici, sono metafore e archetipi, sono immagini primordiali che raccontano con colori brillanti stati d’animo e sentimenti differenti. Uno stile retrogeometrico che attinge da grandi maestri italiani come Depero e Munari, ma affonda le sue radici nell’iconografia medievale.
All you need is love, cantavano i quattro di Liverpool e con loro tutta una sequela di cantanti, poeti, autori e artisti variegati che d’amore si sono riempiti la bocca (e le tasche). Da crederci dunque che l’immaginario relativo sia piuttosto saturato, fra cuoricini che imperversano perfino sui social, angioletti cupidei di Fiorucci-ana memoria e altre smancerie dal rosa shocking al rosso passione.
A maggior ragione viene da apprezzare LOVE, il maxi progetto di Camilla Falsini, una delle più importanti illustratrici che abbiamo in Italia, realizzato fra Fidenza e Milano nel 2019 su muri, foulard, vetrine, installazioni e quant’altro. L’iconografia romantica qui si spoglia di cuori e affini per riscoprire la vitalità accesa dei colori, le rifrazioni dei diamanti, l’abbraccio cosmico di arcobaleni e animali immaginifici, il tutto rielaborazione di maestri come Munari, Depero, Sol Le Witt e Robert Indiana.
D’altronde questo è il pantheon d’ispirazione di Falsini, che proprio in LOVE riassume il suo orizzonte artistico. Nata nel 1975, cresciuta fra i libri di Gianni Rodari illustrati da Bruno Munari e L’Illustrazione dei piccoli con Altan e Mordillo, inizia ben presto a disegnare per riviste per bambini e d’arte, per poi scoprire il mondo della comunicazione e dell’illustrazione più varia. Perennemente sospesa fra illustrazione e arte, appunto, ha esposto ovunque (al Macro, al Madre, in Triennale) e prestato le sue opere ai settori più svariati, dai magazine ai programmi televisivi, dai brand ai progetti di riqualificazione urbana.
D’altronde è spesso sui muri delle città che si è fatta notare, anche se guai a chiamarla street artist (“il dipingere sui muri è solo una parte del mio lavoro”, precisa). Esploratrice instancabile di quello che è il “campo così ampio e pieno di possibilità” dell’arte visiva, non rinuncia mai a uno stile geometricamente archetipico, che si spoglia del mimetismo per riscoprire le forme essenziali dentro linee rigide e colori uniformi, brillanti, in quello che è una specie di psicocromatismo: ogni cosa è campo di colore, è suggestione.
Nel suo stile retrogeometrico tutto si può trasformare (nulla si distrugge), tutto può essere trasfigurato, sublimato e ricondotto a tratti taglienti, precisi, eppure metaforicamente ambigui (lei stessa racconta che la proposta di un murales fuori da una scuola fu rifiutata perché i genitori – più che i bambini – rimasero spauriti dai suoi animali feroci solo nel segno).
Per il progetto Monumostri, dal 2016 fra Ravenna e Forlì, i monumenti iconici delle due città sono stati tramutati in mostri aguzzi sfruttando però le loro linee architettoniche di partenza; Le Chimere Impossibili a Milano o I 6 principi del Serendippo a Bologna sono una serie di personaggi-totem, spesso riconfigurazione di animali immaginari, sempre sospesi fra il buffo e l’inquietante, che sbucano nel tessuto della città quando meno ce lo si aspetta, e solo per osservatori ben disposti a guardare con occhi nuovi. Il processo è sempre lo stesso: scomposizione, rielaborazione, ricomposizione. Ma soprattutto evoluzione: “Uno dei temi che mi sono più cari è l’evoluzione della specie”, ha dichiarato di recente ma è chiaro da sempre che la realtà delle forme come le vediamo le stanno decisamente strette.
“Lavoro per sottrazione, è lo stesso meccanismo di alcuni giochi per bambini: un cubo di legno può diventare mille cose”, dice lei ma sarebbe un errore associare Camilla Falsini a una specie di infantilismo. Le sue linee pure, i suoi colori sgargianti e totalizzanti hanno una profondità inquieta, una vitalità solare che accende le ombre in chi osserva. Un gioco, sì, ma serissimo visto che anche Freud diceva che “il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale”. Quella della Falsini è una realtà altra, amplificata, forse esasperata, sicuramente propria di un continuum fantasmagorico che va dai Ballets Russes al Dead Moon Circus di Sailor Moon. Tornando al punto di partenza, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore si chiedeva Raymond Carver titolando una sua celebre raccolta di racconti: Di cosa parliamo quando parliamo di forma, sembra chiedersi con brillante ossessione Falsini. Di magia. Di follia. Di animalesca e viscerale e incontrollabile vitalità, forse.
https://www.instagram.com/p/B0n91Mwn2WR/?igshid=1t3uvpnk0kiyy
Immagine di copertina Eclisse parziale/Eclisse totale, customization of Mimmo Paladino sculpture. Exhibited @Triennale Milano, 2015. © Courtesy of the artist Camilla Falsini